Lo stile di attaccamento è una mappa: influenza il modo in cui cerchiamo vicinanza, affrontiamo la distanza e ci proteggiamo da adulti.
Alcune persone sono cresciute sentendo di poter cercare conforto nei momenti difficili. Hanno imparato che il bisogno non allontana necessariamente gli altri e che un conflitto può essere riparato.
Altre hanno dovuto proteggersi diversamente. Hanno imparato a non chiedere, a controllare ciò che sentivano, ad aggrapparsi alle relazioni o ad allontanarsi prima di poter essere ferite.
Queste strategie possono accompagnarci anche nell’età adulta. Ma la nostra storia non deve necessariamente diventare il nostro destino.
In ambito psicologico si parla di attaccamento sicuro guadagnato per descrivere la possibilità di sviluppare un funzionamento relazionale più sicuro anche quando le prime esperienze non sono state caratterizzate da continuità, protezione o disponibilità emotiva.
La sicurezza non è soltanto qualcosa che si riceve nell’infanzia. Può essere anche qualcosa che si costruisce.
Che cosa significa “sicuro guadagnato”?
L’espressione “sicurezza guadagnata” non indica la cancellazione del passato. Non significa dimenticare ciò che è accaduto, convincersi che non sia stato doloroso o smettere di provare emozioni difficili.
Significa riuscire gradualmente a dare un senso più coerente alla propria storia.
Una persona può riconoscere di aver vissuto esperienze di distanza, paura o imprevedibilità senza esserne continuamente sopraffatta. Può comprendere il legame tra ciò che ha vissuto e il modo in cui oggi reagisce nelle relazioni. Il passato rimane parte della sua storia, ma non è più costretto a ripetersi automaticamente nel presente.
La sicurezza guadagnata può manifestarsi nella capacità di:
- riconoscere e comunicare i propri bisogni;
- tollerare la vulnerabilità;
- chiedere aiuto senza sentirsi completamente dipendenti;
- mantenere dei confini senza interrompere il legame;
- distinguere una paura antica da un pericolo presente;
- affrontare una rottura relazionale cercando una possibile riparazione.
Non significa non avere più paura. Significa poter attraversare la paura senza lasciare che decida sempre al nostro posto.
Daniel Siegel: la mente si costruisce anche nelle relazioni
Daniel J. Siegel ha approfondito il rapporto tra relazioni, sviluppo della mente e regolazione emotiva attraverso la prospettiva della neurobiologia interpersonale.
Secondo Siegel, la mente non si sviluppa soltanto all’interno del singolo individuo. Prende forma anche attraverso gli scambi con le persone significative.
Quando un bambino vive un’emozione intensa, non possiede ancora tutti gli strumenti necessari per comprenderla e regolarla autonomamente. Ha bisogno che un adulto lo aiuti.
Attraverso il tono della voce, lo sguardo, la vicinanza e le parole, il caregiver può comunicare:
“Capisco che sei spaventato. Sono qui. Possiamo attraversare insieme questo momento.”
Questa esperienza viene definita co-regolazione.
Prima di imparare a tranquillizzarci da soli, impariamo a farlo insieme a qualcuno. Con il tempo, le esperienze ripetute di regolazione condivisa possono trasformarsi in capacità interiori. La presenza rassicurante dell’altro diventa, almeno in parte, una presenza che possiamo portare dentro di noi.
Anche nell’età adulta, le relazioni possono continuare a offrirci esperienze di co-regolazione. Una relazione affidabile, un’amicizia profonda o un percorso psicoterapeutico possono aiutarci a sperimentare qualcosa di diverso da ciò che conosciamo.
L’integrazione: tenere insieme parti differenti di noi
Uno dei concetti centrali del lavoro di Siegel è quello di integrazione.
Essere integrati significa riuscire a collegare parti differenti dell’esperienza senza cancellarne la diversità.
Possiamo avere bisogno di qualcuno e, contemporaneamente, conservare la nostra autonomia.
Possiamo essere arrabbiati con una persona e continuare a volerle bene.
Possiamo desiderare vicinanza e avere anche bisogno di uno spazio personale.
Possiamo sentire paura senza concludere automaticamente che stiamo per essere abbandonati.
Quando queste dimensioni faticano a dialogare, possiamo oscillare tra due estremi. Possiamo controllare rigidamente tutto ciò che sentiamo oppure essere travolti dalle emozioni. Possiamo aggrapparci a una relazione per paura di perderla oppure allontanarci prima che l’altro possa ferirci.
Costruire maggiore sicurezza non significa eliminare una parte di noi. Significa imparare ad ascoltare quella parte e metterla in relazione con il resto della nostra esperienza.
Riconoscere le proprie strategie di protezione
Molti comportamenti che oggi ci fanno soffrire sono nati, in origine, come tentativi di proteggerci.
La chiusura emotiva può averci difeso dalla delusione. L’iperindipendenza può averci aiutato in un contesto nel quale chiedere aiuto non sembrava possibile. Il bisogno continuo di rassicurazioni può essere nato dall’imprevedibilità delle persone importanti. Il controllo può averci dato l’illusione di poter evitare una nuova perdita.
Comprendere la funzione di queste strategie permette di guardarle con maggiore compassione.
“Da che cosa sta cercando di proteggermi questa reazione? Questa strategia mi è ancora utile oppure oggi potrei sperimentare qualcosa di diverso?”
Dall’accusa alla comunicazione del bisogno
Quando il sistema di attaccamento si attiva, è facile che la paura si trasformi in rabbia, silenzio, controllo o protesta.
La sicurezza cresce quando impariamo a riconoscere il bisogno nascosto dietro la reazione e a comunicarlo in modo più diretto.
Invece di dire “Non ti importa mai di me”, possiamo provare a dire:
“Quando non ricevo notizie per molto tempo mi sento insicuro. Una parte di me teme di non essere importante per te.”
Invece di chiudere bruscamente una conversazione o scomparire, possiamo dire:
“In questo momento mi sento sopraffatto e ho bisogno di una pausa. Non voglio evitare il problema: vorrei riparlarne quando mi sentirò più calmo.”
Queste parole non eliminano automaticamente il conflitto. Permettono però di mostrare la vulnerabilità senza trasformarla subito in un attacco o in una fuga.
La sicurezza relazionale cresce quando possiamo avvicinarci senza invadere e prendere distanza senza abbandonare.
L’importanza della riparazione
Nessuna relazione è perfettamente sintonizzata in ogni momento.
Anche nei legami più sicuri esistono incomprensioni, assenze, parole sbagliate e momenti nei quali non riusciamo a riconoscere il bisogno dell’altro.
Ciò che fa la differenza non è l’assenza di rotture, ma la possibilità di ripararle. Riparare significa poter tornare su ciò che è accaduto, riconoscere il dolore causato e cercare di ristabilire il contatto.
“Prima non sono riuscito ad ascoltarti. Mi sono chiuso perché mi sono sentito sopraffatto, ma capisco che tu possa esserti sentito solo.”
Ogni esperienza di riparazione può insegnarci che un conflitto non comporta necessariamente la perdita del legame.
Il ruolo della psicoterapia
La psicoterapia può offrire uno spazio nel quale osservare i propri modelli relazionali mentre si manifestano nel presente.
A volte sappiamo razionalmente che una persona ci vuole bene, ma il nostro corpo continua a prepararsi alla perdita. Altre volte desideriamo un rapporto profondo, ma quando qualcuno si avvicina sentiamo il bisogno di chiuderci.
Non sempre è sufficiente conoscere l’origine di una reazione per riuscire a modificarla.
Il cambiamento richiede spesso una nuova esperienza relazionale: un rapporto nel quale sentirsi ascoltati senza essere giudicati, esprimere un bisogno senza essere respinti e attraversare una difficoltà senza perdere completamente il legame.
Bowlby descriveva il terapeuta come una possibile base sicura dalla quale esplorare la propria storia.
La relazione terapeutica non sostituisce le altre relazioni della vita. Può però diventare un luogo nel quale sperimentare maggiore continuità, riconoscere le proprie difese e costruire nuove possibilità.
Gradualmente, la persona può imparare a osservare ciò che prova senza esserne completamente travolta.
Può riconoscere che una paura appartiene anche alla propria storia, senza negare ciò che accade nel presente. Può scoprire che chiedere aiuto non significa necessariamente perdere autonomia e che mettere un confine non equivale ad abbandonare qualcuno.
La sicurezza è un processo
Diventare più sicuri non significa raggiungere una condizione nella quale non abbiamo più bisogno degli altri, non proviamo gelosia e non temiamo mai di essere lasciati.
Significa sviluppare maggiore flessibilità; poter scegliere come rispondere, invece di ripetere automaticamente la stessa strategia.
La sicurezza può crescere attraverso piccoli gesti:
- fermarsi prima di reagire impulsivamente;
- riconoscere l’emozione che si trova sotto la rabbia;
- formulare una richiesta chiara;
- rispettare un confine;
- tornare dopo un conflitto;
- scegliere persone capaci di reciprocità;
- accettare di ricevere sostegno.
Sono esperienze semplici soltanto in apparenza. Per chi ha imparato che la vicinanza è imprevedibile o pericolosa, possono rappresentare cambiamenti profondi.
Conclusioni
Le prime relazioni ci insegnano come cercare conforto, come proteggerci dalla delusione e quanto possiamo fidarci degli altri.
Non scegliamo consapevolmente le strategie che costruiamo durante l’infanzia. Le sviluppiamo per adattarci nel modo migliore possibile alle relazioni che incontriamo.
Crescere significa anche poter guardare quelle strategie con maggiore consapevolezza.
Non con l’intento di per giudicarci o rinchiuderci in un’etichetta, ma per comprendere ciò che accade quando amiamo, abbiamo paura, ci avviciniamo o ci allontaniamo.
Perché se è vero che non possiamo cambiare le esperienze che abbiamo vissuto, è vero anche che possiamo trasformare il modo in cui continuano a organizzare il nostro presente.
L’attaccamento sicuro guadagnato nasce dalla possibilità di costruire una storia più coerente, incontrare relazioni affidabili e imparare, un’esperienza alla volta, che la vulnerabilità non conduce sempre alla perdita.
Fonti bibliografiche
Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Clinical Applications of Attachment Theory. London: Routledge.
Main, M., Kaplan, N., & Cassidy, J. (1985). Security in infancy, childhood, and adulthood: A move to the level of representation. In I. Bretherton & E. Waters (Eds.), Growing Points of Attachment Theory and Research. Monographs of the Society for Research in Child Development, 50(1–2), 66–104.
Siegel, D. J. (2020). The Developing Mind: How Relationships and the Brain Interact to Shape Who We Are (3ª ed.). New York: Guilford Press.
Siegel, D. J., & Hartzell, M. (2014). Parenting from the Inside Out: How a Deeper Self-Understanding Can Help You Raise Children Who Thrive. New York: TarcherPerigee.
Wallin, D. J. (2007). Attachment in Psychotherapy. New York: Guilford Press.
Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione psicologica, una diagnosi o un percorso di psicoterapia.
