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Ci sono persone che riescono ad affidarsi agli altri con una certa naturalezza. Riescono a chiedere aiuto, a vivere la vicinanza senza sentirsi soffocate e ad attraversare un conflitto senza pensare immediatamente che la relazione sia finita.
Altre persone vivono i legami con maggiore inquietudine. Possono temere di essere abbandonate, cercare continue rassicurazioni oppure sentire il bisogno di allontanarsi proprio quando qualcuno diventa emotivamente importante.
A volte basta un messaggio che tarda ad arrivare, un tono di voce differente o un momento di distanza per risvegliare paure molto profonde.
“Perchè accade?”
Una possibile chiave di lettura arriva dalla teoria dell’attaccamento, elaborata dallo psichiatra e psicoanalista britannico John Bowlby e approfondita dalle ricerche di Mary Ainsworth, Mary Main e altri studiosi.
Le prime relazioni non spiegano ogni aspetto della nostra vita affettiva. Contribuiscono però a insegnarci che cosa possiamo aspettarci dagli altri quando siamo fragili, spaventati o bisognosi di conforto.
Che cos’è l’attaccamento?
L’attaccamento è il legame attraverso il quale il bambino cerca protezione, vicinanza e sicurezza nelle persone che si prendono cura di lui.
Quando è stanco, impaurito o in difficoltà, il bambino tende naturalmente a cercare una figura conosciuta. Ha bisogno di essere rassicurato, guardato, contenuto e aiutato a ritrovare uno stato di calma.
Secondo Bowlby, questa ricerca di vicinanza non è un segno di debolezza e non è un comportamento da correggere. È una disposizione innata, legata alla protezione e alla sopravvivenza.
Quando la figura di riferimento risponde in modo sufficientemente stabile e sensibile, il bambino può fare un’esperienza fondamentale: sentire che, nei momenti di difficoltà, non è completamente solo.
La relazione diventa così una base sicura. Il bambino può allontanarsi per esplorare il mondo sapendo di avere un luogo emotivo nel quale tornare.
La sicurezza, quindi, non ostacola l’autonomia. Al contrario, la rende possibile.
Le prime relazioni diventano una mappa interiore
Durante l’infanzia impariamo molto più di quanto possiamo ricordare consapevolmente.
Attraverso tanti piccoli momenti relazionali costruiamo delle aspettative su noi stessi, sugli altri e sui legami.
Se un bambino viene accolto quando piange o cerca conforto, può gradualmente sentire:
“Quello che provo può essere ascoltato. Quando ho bisogno, posso cercare qualcuno. Sono degno di attenzione e di cura.”
Se, invece, le sue richieste vengono spesso ignorate, ridicolizzate o accolte in modo imprevedibile, potrebbe imparare qualcosa di diverso:
“È meglio non mostrare ciò che sento. Per essere visto devo protestare più forte. Non posso sapere se l’altro ci sarà. Avere bisogno di qualcuno è rischioso.”
Bowlby definì queste rappresentazioni modelli operativi interni.
Possiamo immaginarli come mappe emotive che ci aiutano a orientarci nelle relazioni. Ci suggeriscono che cosa aspettarci, quanto possiamo fidarci e che cosa dobbiamo fare per mantenere la vicinanza di una persona importante. Queste mappe non riguardano soltanto gli altri. Influenzano anche il valore che attribuiamo a noi stessi e ai nostri bisogni.
Gli stili di attaccamento
Gli studi di Mary Ainsworth hanno permesso di osservare diverse modalità attraverso le quali i bambini cercano sicurezza nella relazione con il caregiver.
Attraverso la procedura sperimentale conosciuta come Strange Situation, Ainsworth studiò le reazioni dei bambini durante brevi separazioni e successivi ricongiungimenti con la figura di riferimento.
Da queste ricerche emersero alcune configurazioni principali di attaccamento.
Non si tratta di diagnosi né di etichette capaci di definire interamente una persona. Sono modalità relazionali attraverso le quali il bambino cerca di adattarsi all’ambiente affettivo nel quale cresce.
Attaccamento sicuro
Il bambino con un attaccamento sicuro può protestare quando la figura di riferimento si allontana. Al suo ritorno, però, riesce generalmente a cercarla, a ricevere conforto e, dopo essersi calmato, a tornare a esplorare.
La sicurezza non significa non avere paura o non aver bisogno degli altri.
Significa poter esprimere il bisogno senza percepire che questo metterà in pericolo la relazione.
Nell’età adulta, una maggiore sicurezza può manifestarsi nella capacità di chiedere vicinanza, tollerare una temporanea distanza e mantenere la propria identità all’interno del rapporto.
Attaccamento evitante
Alcuni bambini sembrano mostrare poca sofferenza durante la separazione e possono evitare il contatto con il caregiver al suo ritorno.
Questa apparente indipendenza non significa necessariamente che il bambino non abbia bisogno di conforto.
Può aver imparato che mostrare apertamente la propria vulnerabilità non porta alla vicinanza desiderata. Cerca quindi di ridurre o nascondere i segnali del bisogno.
Nell’età adulta, questa modalità può presentarsi come difficoltà a parlare delle emozioni, forte bisogno di autonomia o tendenza a prendere le distanze quando una relazione diventa intensa.
“Posso contare soltanto su me stesso. Se mostro di avere bisogno, perderò il controllo. La vicinanza rischia di soffocarmi.”
Quella che appare come freddezza può essere, in realtà, un modo antico di proteggersi dalla delusione.
Attaccamento ansioso o ambivalente
Alcuni bambini vivono la separazione con una forte attivazione e, durante il ricongiungimento, faticano a tranquillizzarsi.
Cercano il contatto, ma possono manifestare contemporaneamente rabbia, protesta o resistenza.
Questa modalità può svilupparsi quando la disponibilità del caregiver viene percepita come incostante. A volte l’adulto è vicino e affettuoso; altre volte appare distante, imprevedibile o assorbito da altro.
Il bambino non sa con certezza quando il conforto sarà disponibile. Può quindi aumentare l’intensità dei suoi segnali per assicurarsi la vicinanza.
Nelle relazioni adulte, questa modalità può manifestarsi attraverso paura dell’abbandono, bisogno frequente di conferme e grande sensibilità ai cambiamenti nel comportamento del partner.
Dietro queste reazioni non vi è necessariamente il desiderio di controllare l’altro. Spesso c’è il timore di non essere scelti, amati o considerati abbastanza importanti.
Attaccamento disorganizzato
Mary Main e Judith Solomon individuarono successivamente una modalità definita disorganizzata.
Alcuni bambini, durante il ricongiungimento con la figura di riferimento, mostravano comportamenti contraddittori o disorientati. Potevano cercare il caregiver e improvvisamente bloccarsi, avvicinarsi con il volto rivolto altrove oppure manifestare paura nei suoi confronti.
Questo può accadere quando la persona che dovrebbe offrire sicurezza viene percepita anche come una possibile fonte di minaccia.
Il bambino si trova di fronte a un’esperienza molto complessa: desidera avvicinarsi per essere protetto, ma allo stesso tempo sente di doversi difendere proprio da quella figura.
Nella vita adulta, storie relazionali caratterizzate da paura o forte imprevedibilità possono contribuire a un’alternanza tra intenso desiderio di intimità e improvviso bisogno di fuga.
Anche in questo caso, non si tratta di una diagnosi né di un’identità. È una modalità di protezione che possiede una storia e una funzione.
Come l’attaccamento entra nelle relazioni adulte
Nella vita adulta, il sistema di attaccamento tende ad attivarsi quando una relazione importante appare minacciata.
Può accadere durante un litigio, una separazione, una fase di distanza emotiva o un momento di particolare vulnerabilità.
In queste situazioni non reagiamo soltanto a ciò che sta accadendo. Reagiamo anche al significato che attribuiamo all’evento.
Un partner che chiede un po’ di spazio può essere percepito come una persona che ha bisogno di calmarsi. Ma può anche essere vissuto come qualcuno che sta per andarsene definitivamente.
Una richiesta di maggiore vicinanza può essere interpretata come un bisogno legittimo di contatto. Oppure può essere avvertita come un’invasione della propria autonomia.
A volte, nelle relazioni, il presente incontra il passato senza che ce ne rendiamo conto.
Quando uno cerca e l’altro si allontana
Una delle dinamiche più comuni nelle coppie nasce dall’incontro tra due diverse strategie di protezione.
Una persona, quando ha paura, cerca più vicinanza. Fa domande, chiede spiegazioni e vorrebbe risolvere immediatamente il problema.
L’altra, quando si sente sotto pressione, tende a chiudersi. Ha bisogno di silenzio, spazio o tempo per ritrovare un equilibrio.
Più la prima persona insiste, più la seconda si sente soffocata.
Più la seconda si allontana, più la prima sente crescere la paura.
Paura di perdere il legame → ricerca urgente di vicinanza → percezione di pressione → allontanamento → aumento della paura.
Spesso entrambi stanno cercando di proteggersi. Lo fanno attraverso strategie opposte, che finiscono però per alimentarsi reciprocamente.
Riconoscere questo ciclo permette di smettere di vedere l’altro come il problema e di iniziare a osservare ciò che accade nella relazione.
Le prime esperienze influenzano, ma non decidono tutto
Parlare di attaccamento non significa cercare un colpevole.
I genitori e le altre figure di riferimento si prendono cura dei bambini attraverso le risorse emotive, materiali e relazionali che possiedono. Anche loro portano con sé una storia, delle fragilità e dei bisogni.
Inoltre, lo sviluppo del bambino non dipende da un’unica relazione. Possono essere importanti anche l’altro genitore, i nonni, gli insegnanti, i fratelli e tutte le persone capaci di offrire continuità e protezione.
Le prime esperienze costruiscono una mappa, ma quella mappa può essere modificata.
È possibile incontrare relazioni nuove, fare esperienze differenti e costruire gradualmente un modo più libero e sicuro di stare con gli altri.
Nel prossimo articolo approfondiremo che cosa significa sviluppare un attaccamento sicuro guadagnato e come la psicoterapia può aiutare a trasformare i modelli relazionali che oggi fanno soffrire.
Fonti bibliografiche
Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of Attachment: A Psychological Study of the Strange Situation. Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum Associates.
Bowlby, J. (1969/1982). Attachment and Loss. Volume I: Attachment (2ª ed.). New York: Basic Books.
Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Clinical Applications of Attachment Theory. London: Routledge.
Hazan, C., & Shaver, P. R. (1987). Romantic love conceptualized as an attachment process. Journal of Personality and Social Psychology, 52(3), 511–524.
Main, M., Kaplan, N., & Cassidy, J. (1985). Security in infancy, childhood, and adulthood: A move to the level of representation. In I. Bretherton & E. Waters (Eds.), Growing Points of Attachment Theory and Research. Monographs of the Society for Research in Child Development, 50(1–2), 66–104.
Main, M., & Solomon, J. (1990). Procedures for identifying infants as disorganized/disoriented during the Ainsworth Strange Situation. In M. T. Greenberg, D. Cicchetti & E. M. Cummings (Eds.), Attachment in the Preschool Years: Theory, Research, and Intervention. Chicago: University of Chicago Press.
Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione psicologica, una diagnosi o un percorso di psicoterapia.
