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La ricerca spasmodica della perfezione è un fenomeno molto diffuso al giorno d’oggi, complice anche la diffusione dei social network e l’abitudine di mostrare al mondo prevalentemente le cose belle della nostra vita.

Eliminando le foto sfocate, piene di unicità considerate come difetti e utilizzando photoshop per cancellare qualsiasi indicatore di stanchezza e/o invecchiamento costruiamo l’immagine della perfezione e alimentiamo un circolo vizioso, togliendo a noi stessi e agli altri la possibilità di conoscerci a fondo nella nostra autenticità.

Se è vero che il perfezionismo talvolta ci conduce alla gratificazione dei nostri bisogni, è anche vero che la ricerca della perfezione implica paradossalmente in molti casi la ripetizione di errori. Il perfezionista, infatti, si concentra sempre su quello che manca seguendo un ciclo infinito di insoddisfazione e aggiustamento, anziché focalizzarsi su ciò che ha fatto bene o ciò che va bene. Nulla gli sembra essere mai abbastanza.

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) definisce il perfezionismo come la:

Rigida ostinazione sul fatto che qualsiasi cosa debba essere impeccabile, perfetta e senza errori o difetti, incluse le prestazioni proprie o altrui; rinuncia alla tempestività per garantire la correttezza in ogni dettaglio; convinzione dell’esistenza di un’unica modalità corretta di fare le cose; difficoltà a cambiare idea e/o punto di vista; fissazione per i dettagli, l’organizzazione e l’ordine.

Glossario DSM-5

Talvolta, il perfezionismo nasce da critiche eccessive o fuori luogo ricevute e come reazione di sfida nei confronti di chi sottovaluta le proprie capacità o competenze, creando in questo modo un circolo vizioso di dipendenza dai giudizi altrui molto difficile da interrompere.

Perfezionismo o ambizione?

Talvolta confondiamo erroneamente l’ambizione con il perfezionismo. L’ambizione è il desiderio di eccellere e raggiungere obiettivi alti, mentre il perfezionismo è il desiderio di essere perfetti.

Una persona che si impegna con tutte le sue forze e possibilità per raggiungere un obiettivo, facendo le cose “per bene”, infatti, non è necessariamente un perfezionista.

La persona ambiziosa riesce a godere degli obiettivi raggiunti, delle capacità acquisite, continua a porsi obiettivi di crescita personale. Il perfezionista non ha uno scopo ben preciso, e si perde nel sistemare i dettagli senza raggiungere un fine più alto.

Essere ambiziosi conduce al miglioramento e alla crescita e consente di ottenere riconoscimento sociale, prestigio e fama (cose che migliorano l’autostima), mentre essere perfezionisti ostacola la crescita e intacca la salute psico-fisica.

Il fondatore della psicoterapia della Gestalt in merito al perfezionismo un giorno disse:

Amiconon essere un perfezionista. Il perfezionismo è una maledizione e uno sforzo. È perfetto se ti lasci essere ed essere.

Fritz Perls

L’illusione della perfezione: quali trappole?

Nel 1978 le psicologhe americane Clance e Imes pubblicarono uno studio in cui illustravano come molte persone di successo sentano di non meritarlo veramente, nonostante le reali competenze e capacità possedute.

Tale condizione venne definita come sindrome dell’impostore, e sembra riguardare più le donne degli uomini, probabilmente a causa delle dinamiche familiari improntate sui ruoli di genere.

Chi è affetto da tale sindrome sperimenta disturbi d’ansia, bassa autostima, senso di colpa, senso di inadeguatezza di ruolo, depressione e frustrazione a causa dell’incapacità di soddisfare gli standard auto-imposti. Talvolta, è oppresso da una vera e propria fobia del successo e inseguimento di un perfezionismo auto-compensatorio.

Queste persone, realmente capaci, arrivano a pensare di essere “solo fortunate”, di poter sempre fare di più, di non meritare ciò che hanno raggiunto e che anche le altre persone potrebbero raggiungere i loro stessi risultati, compiendo errori di valutazione sulle capacità altrui.

Caratteristiche del perfezionismo patologico

Il desiderio di fare bene, di porsi obiettivi ambiziosi e raggiungere buoni risultati, di prendersi cura del proprio aspetto, è legittimo e non patologico di per sé, ma lo diventa quando è presente:

  • ossessione ritualistica per ogni azione o dettaglio;
  • eccessivo rispetto delle regole e/o preparazione di liste di cose da fare;
  • il vivere ogni “mancanza” o “fallimento” con disagio e sofferenza psicologica;
  • la procrastinazione per paura di non essere all’altezza del compito o di non poter riuscire a completarlo alla perfezione;
  • considerazione maggiore del risultato piuttosto che del processo di apprendimento;
  • focalizzazione eccessiva e frequente sui dettagli del proprio corpo o dell’attività che si sta svolgendo;
  • ipercritica verso se stesso e gli altri e/o pretesa di elevato successo;
  • manie di controllo nelle relazioni intime e professionali.

Tali comportamenti e pensieri possono determinare lo sviluppo di vere e proprie psicopatologie, quali episodi depressivi, stati d’ansia, disturbi alimentari, che possono determinare compromissione del funzionamento sociale, lavorativo e scolastico/professionale.

L’autenticità: un percorso orientato al benessere

Coloro che faticano ad essere se stessi, a riconoscere e comunicare agli altri le proprie emozioni, a
impegnarsi per realizzare i propri bisogni affrontando gli inevitabili conflitti e frustrazioni che ciò comporta,
rischiano di sviluppare problemi di salute fisica e mentale molto di più di chi possiede queste abilità.

Rivolgersi ad uno psicologo-psicoterapeuta che attraverso le esperienze formative, professionali e personali, ha acquisito tali capacità (autenticità, congruenza, empatia e accettazione incondizionata) può aiutare a entrare in contatto con le proprie emozioni, i propri pensieri e sentimenti, diventarne consapevole ed esprimere questi ultimi attraverso comportamenti verbali e non verbali congruenti, rinunciando al perfezionismo e lasciando spazio all’essere autenticamente se stessi.

Percorrere la strada dell’autenticità ci consente di tutelare noi stessi nei momenti in cui ci troviamo a vivere dei contrasti con l’ambiente esterno o dei conflitti intrapsichici, e ci aiuta a portare avanti la nostra crescita personale.

Sii autentico, non perfetto!

Sii autentico. Non permettere che vi sia alcuna falsità; non fingere. Sii reale e soffri la realtà. Soffrire fa bene. La sofferenza è un’educazione, una disciplina. Soffrila! Soffri la rabbia, soffri l’amore e soffri l’odio. Ricorda una cosa sola: non essere mai falso. Se non provi amore, dì che non provi amore. Non fingere; non cercare di mostrarti pieno d’amore. Se sei arrabbiato, dillo e sii arrabbiato. Ci sarà molta sofferenza, ma soffrila: in questo modo nascerà una nuova consapevolezza. Sii consapevole, non reprimere. Non sfuggire la sofferenza. Hai bisogno di una sofferenza reale. È come un fuoco: ti brucerà. E tutto ciò che è falso arderà e tutto ciò che è reale rimarrà. E per farlo ti consiglio di essere autentico. Sii autentico nell’odio, nell’amore, nella rabbia, in ogni cosa; sii autentico, sii reale, senza fingere, perché solo una realtà può essere trascesa: non puoi trascendere cose irreali.

Osho

BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association. (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5). Milano, Raffaello Cortina Editore.

Baldoni, F. (2002). Autenticità, emozioni e salute: un sottile filo conduttore. Quaderni di Psicoanalisi e Psicodramma Analitico1(1-2), 57-78.

Clance, P. R., & Imes, S. A. (1978). The imposter phenomenon in high achieving women: Dynamics and therapeutic intervention. Psychotherapy: Theory, research & practice15(3), 241.

Rogers, C. R. (2007). Terapia centrata sul cliente (Vol. 7). Edizioni la meridiana.

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